STORIE E RACCONTI DI ARMONICHE A BOCCA

UNA MELODIA PER KEY (di Simona Del Buono)

Parte prima

Il semaforo divenne verde e Jacob attraversò, senza nemmeno alzare lo sguardo.

I suoi occhi avevano perso la luce da molto tempo, ma il suo udito era perfetto, i suoni erano il suo unico mondo. Percorse la strada fino all’ingresso di Central Park e poi andò a sistemarsi nel solito posto.

Jacob Martin non aveva sempre vissuto così. Da piccolo aveva sviluppato una particolare propensione per la musica, così, finite le primarie, lo avevano indirizzato verso un istituto musicale.

Aveva appena finito di imparare le basi quando una retinite lo rese completamente e definitivamente cieco a soli 16 anni. Accettare questa condizione fu molto difficile, nonostante i tentativi dei suoi per non farlo emarginare, lui si chiuse in un mondo fatto solo di suoni.

Quello che preferiva era il suono della sua armonica Lee Oskar, poteva suonare ogni cosa gli passasse per la mente, dalla musica country/folk a quella classica.

Jacob teneva la finestra della sua camera aperta, non vedeva con gli occhi, ma poteva percepire ogni cosa con il resto dei sensi. Si metteva vicino al davanzale dove i raggi del sole potessero toccargli il viso, poi iniziava a suonare e andava avanti per ore, finche non si sentiva le labbra intorpidite. Questo lo faceva sentire meno solo. Dalla strada, il suono del suo strumento, si espandeva come un canto di disperazione, come quei gospel in cui il testo recita parole di solitudine e rassegnazione. Fosse stato per lui sarebbe rimasto lì per sempre.

Parte seconda

Erano trascorsi otto anni. Jacob si era rifiutato varie volte di uscire dal suo nido sicuro, fino a quel giorno, quando dovette per forza cedere al volere dei genitori. 

Malcom e Gloria Martin, consigliati dal vecchio dottore di Jacob, avevano cercato una guida psicologica per il figlio, qualcuno che lo potesse aiutare a ricongiungersi con il mondo esterno.

Kaytleen Gardner si presentò a casa Martin alle 15.30 di un pomeriggio di ottobre, fu Gloria ad aprirle. Kay era una ragazza di circa 25 anni, studentessa in psicologia, molto vicina alla laurea. Quando Gloria la vide rimase stupita, Kay era completamente cieca, proprio come Jacob e, ciò che era più curioso, lo era diventata proprio nello stesso modo di suo figlio, ovvero a causa di una retinite.

“Salve, signori Martin, io sono Kaytleen, ma potete chiamarmi Kay, forse non vi aspettavate la mia condizione, ma ho preferito non rivelarlo al telefono, temevo vi sareste fatti idee sbagliate.”

“Ad essere sinceri un po’ di perplessità le abbiamo, sei così giovane, però vedendo con quanta facilità ti muovi, siamo sicuri che potrai essere molto di aiuto per nostro figlio.”

“Grazie per la fiducia. E’ ciò che cercherò di fare nel miglio modo possibile!”

Jacob migliorò veramente, giorno dopo giorno, lui e Kay si avvicinarono, un passo alla volta.

Lui insegnava cose a lei e lei insegnava cose a lui.

Kay non avrebbe voluto che accadesse, ma, alla fine si rese conto di provare del sentimento verso Jacob. Si dette della stupida perché in un rapporto professionale questo non sarebbe mai dovuto accadere, allo stesso tempo però fu felice quando scoprì che anche lui provava gli stessi sentimenti, anzi, il suo amore era così profondo che con la sua armonica le aveva dedicato una canzone. Jacob decise che quel giorno le avrebbe fatto ascoltare la canzone e le avrebbe chiesto di sposarlo.

Purtroppo Kay quel giorno non arrivò, lui era molto preoccupato, non aveva mai tardato nemmeno qualche minuto, invece erano passate alcune ore e lei non si era fatta sentire. Lui iniziò a pensare di averle detto qualcosa che l’aveva ferita, invece la realtà era molto diversa.

Gloria, telefonando al consultorio dove Kay prestava servizio prima di venire da Jacob, scoprì che aveva avuto un incidente la sera prima e che purtroppo non ce l’aveva fatta. A causa di un semaforo mal funzionante aveva attraversato la strada fuori tempo ed era stata investita da un auto.

Sul primo Malcom e Gloria furono molto combattuti sulla possibilità di dire al figlio ciò che era accaduto, ma alla fine si resero conto che dire la verità, se pure dolorosa, era la cosa migliore.

Jacob pretese di sapere il punto esatto dove era accaduto l’incidente e poi da quel giorno iniziò ad uscire di casa alla stessa ora e ad andare proprio lì, dove la sua Kay era volata via. C’era una panchina vicino a quel semaforo, all’entrata di Central Park, lui decise che da quel giorno in poi quella sarebbe stata la sua panchina, il suo posto. Portava la sua armonica e le dedicava la sua canzone e di nuovo si era chiuso nel suo vecchio mondo fatto di suoni.

Oggi, però, il suono di quell’armonica é cambiato perché gli anni sono trascorsi, anche Jacob é invecchiato, i suoi non ci sono più e adesso quella panchina é diventata la sua casa.

Simona del buono.

La panchina a Central Park - New York