STORIE E RACCONTI DI ARMONICHE A BOCCA

10 FORI DI PICCOLO CALIBRO

Giovanni guida la 147 bianca col braccio fuori dal finestrino. E’ una fresca mattina di ottobre, quando le giornate cominciano grigie e qualche volta ancora il sole le colora per poco, prima di spegnersi definitivamente nella luce umida della sera. Milano alle sette è già una città caotica, le persone schizzano come schegge impazzite per le vie, sui mezzi pubblici e sulla tangenziale. Sulla tangenziale se non schizzano significa che c’è un blocco, e se c’è il blocco tutti si incazzano ancora di più: come fai a schizzare se non puoi nemmeno muoverti? Certe volte speri che là, avanti sulla strada, sia successo qualcosa di veramente grave, perché se non è grave il traffico congestionato non ha giustificazione e la rabbia aumenta.

Chi si reca al lavoro, chi finisce un turno e va a casa, ognuno ha la sua storia ma tutti, proprio tutti, devono correre e darsi da fare. Muoversi!

Stavolta Giovanni va controtendenza: l’andatura tranquilla della vettura senza lampeggiante sul tetto scandisce il tempo. Fino a quell’ora il turno è stato sereno, non sono arrivate chiamate dove devi correre, solo una signora che ha sentito le solite urla provenire dalla casa dei vicini: storie vecchie. I due, coniugi i cui nomi sono da qualche tempo scritti nei fascicoli del commissariato di zona, si scannano volentieri, specialmente quando lui alza il gomito e rientra a casa nel cuore della notte con qualche parola di troppo. Lei non lo teme, anzi, non sarebbe la prima volta che gliele suona e poi le tocca pure medicarlo.

Il detective conosce quelle persone da anni. Arrivati al loro appartamento, ha suonato alla porta e il marito ha aperto scusandosi e promettendo che non lo farà più. "Un uomo una parola", del resto non siamo tutti perfetti, anzi nessuno lo è.

“La gente si sposa, poi s’ammazza” pensa Giovanni fissando la lampada rossa del semaforo. Di fianco a lui, sul sedile del passeggero, Andrea guarda fuori dal finestrino come se stesse cercando qualcosa dall’altra parte della strada.

Lui è un semplice poliziotto, un uomo tranquillo ma sveglio, molto sveglio, del resto solo uno sveglio può sopportare uno come Giovanni, che se non fosse che è bravo a risolvere i casi come pochi, qualcuno l’avrebbe già mandato a dirigere il traffico su qualche isoletta del sud Italia. Una testa calda? Forse, di sicuro lui non le manda a dire, nemmeno quando si tratta di sputare in faccia al suo comandante i rospi che accumula dentro. Fa questo mestiere da quasi trent’anni e lui solo sa quanti ne ha dovuti ingoiare. I pensieri solitari del detective vengono interrotti dalla voce del suo collega: “Appena passiamo davanti a un tabacchino per favore fermati che ho finito le sigarette”. “Ne vuoi una delle mie? Ce le ho nel portaoggetti” gli risponde Giovanni. Il collega poliziotto abbassa lo sportellino appena sopra le sue gambe e vede cadere dal suo interno un astuccio di plastica con la chiusura a molla: lo raccoglie e lo apre. “Però! Guarda cosa porta il capo di fianco al ferro! Bella, anche io da bambino ne avevo una! Me l’avevano regalata e non l’ho mai usata, deve ancora essere da qualche parte in case dei miei. Una bella fisarmonica a bocca”.

“Primo…” Risponde Giovanni, “Non si chiama fisarmonica ma armonica, secondo non ho mai visto un’armonica che si suona col…” Il detective si blocca per un secondo prima di sottolineare: ”Sono tutte a bocca!”.

La lampada verde del semaforo si accende giusto in tempo. Il giovane poliziotto sorride mentre rimette nel portaoggetti l’astuccio con all’interno la Hohner Golden Melody.

“Oggi è incazzato, speriamo che la giornata sia tranquilla”.

“E poi, per suonare una fisarmonica a bocca al posto dei polmoni ci vorrebbe un compressore…” 

Una mattina grigia nel traffico di milano