ARMONICA JOE - EMIGRAZIONE ITALIANA NEGLI STATI UNITI

Immigrati in fila a Ellis Island

ARMONICA JOE - di Luciano Guida.

Ascolta l'audio racconto letto da Francesco D’emanuele.

- Mi chiamo Giovanni Clementi e sono italiano. Di Mili San Pietro, attaccato a Messina, in Sicilia.

- My name Joe Clementi and I am from Italia. May name is. Is Joe, and sugnu di Mili San Pietro.

- Va bene sorellina, la spegno la luce, ma questo inglese lo voglio imparare. L’ha detto zio Gaetano: “Se ti impari l’inglese a questi americani li fotti come vuoi, se no rimani nu carusu che tutti ci fanno fare quello che gli passa per la testa“ -

- Maria lo capisci? -

- Spegni la luce che domani ciò scuola…- 

Il mercato del martedì lo fanno tra la tredicesima e la quattordicesima street. C’è un casino di gente e quelli delle bancarelle gridano sempre che le orecchie certe volte mi fanno male. La gente è sorda e poi tanti girano a vuoto e non comprano niente, come la signora Gerard, quella della stessa ringhiera di zia Assunta, al primo piano del palazzo dove abitiamo.

Sono quasi cinque mesi che siamo arrivati con zia Assunta io e mia sorella Maria. Quando siamo scesi dalla nave c’era zio Gaetano, il marito di zia Assunta con il suo compare Pasquale che è quasi di famiglia. Abbiamo tirato giù le valige messe con le corde per tenerle sane e i cartoni tutti chiusi bene che ci abbiamo messo di più ad aprirli che a farli quando eravamo a Messina.

Maria è più grande, cià quindici anni, io ne ho undici ma quasi dodici. Maria va a scuola, anzi veramente va a studiare da una signora che parla bene l’inglese e abbastanza italiano, così ci impara la lingua e pure tutte le cose che servono in questa città grande e piena di delinquenti. “A New York se vuoi campare campi ma se vuoi crepare fai pure prima.” Anche questo mio zio Gaetano me lo ripete quasi tutti i giorni.

Zio Gaetano mette le bancarelle di frutta al mercato e riesce a guadagnare qualcosa per pagare l’affitto, comprare da mangiare e farci fare le lezioni a Maria. Mia zia Assunta fa i mestieri a casa di una americana e ci porta pure cose cucinate. Dice che la trattano abbastanza bene e la signora americana le ha detto pure di cucire dei vestiti che zia Assunta è brava, ci fa sempre i pantaloni a mio zio e pure a noi. I pantaloni di mia sorella li ha tagliati almeno quattro volte. Prima erano di mio cugino Antonio, poi s’è fatto grosso e mia zia li ha fatti più stretti e se li è messi Maria, poi quando lei è diventata troppo alta sti poveri pantaloni ancora sotto le forbici e mo ce li ho io. Quando metto questi pantaloni mi sento bene. È come stare vicino a mia sorella, e a mio cugino pure. Giuro che questi pantaloni non li do a nessuno! Mai, parola di Joe Armonica. Così mi chiamano i ragazzi del mio stesso blocco, le strada dove passo quasi tutta la giornata.

Da quando siamo arrivati la mia vita non è cambiata tanto, a scuola non ci andavo a Mili San Pietro e nemmeno qua ci vado. Forse l’anno prossimo ma può pure essere che mi trovo un lavoretto, e mi conviene perché a me non mi piace studiare. A me piace stare in mezzo alla gente, come oggi che mio zio fa il mercato e io l’aiuto a mettere la frutta sulla bancarella e a ritirare tutto quando finisce la sera; intanto sto attento a quelli che vengono per rubare sia i soldi che la frutta. Quattro occhi ci vogliono e io ce n’ho pure sei perché zio Gaetano mi da parecchi cents alla fine della giornata. Perché devo andare a scuola? A me mi piacciono i picciuli e l’unica cosa che mi vorrei imparare bene è fottere sti americani e a scrivere. Scrivere sì, quello mi piace, e infatti quasi tutte le sere che mi metto nel letto, prima di spegnere la lampada ci prendo un foglio a mia sorella e scrivo il diario. Pure lei lo scrive e certe volte io ce lo leggo di nascosto. Scrivere mi fa stare bene, quasi come quando mi metto all’angolo del mercato a suonare l’armonica a bocca.

Un giorno che ero da poco arrivato un signore per strada stava con un carretto che trasportava un sacco di roba. La ruota del carretto si è ficcata dentro una buca e mezza roba si è rovesciata nella strada. Io e i miei amici Kevin e Busca l’abbiamo aiutato con il carro e alla fine il signore prima di andarsene ci ha fatto a tutti un regalo: a Busca gli ha dato un orologio da tasca, quello con la catena, Kevin si è fatto una bella penna colorata con il tappo che sembra d’argento, e a me mi ha messo in mano questa armonica. Si chiama Hohner Marine Band. I primi giorni l’ho lasciata a casa sulla mensola ma poi una sera mi sentivo triste e mi sono messo a suonarla. Quella sera pensavo a mia madre e mio padre che sono rimasti in Italia. Forse vengono anche loro ma i miei fratelli sono ancora piccoli, non ci credo che gli fanno fare il viaggio di dodici giorni con la nave. Quando sei la sopra, si può morire con le malattie che ci sono, e per forza che te le puoi prendere dove tutti sono attaccati uno all’altro come le bestie. Che viaggio di merda. E poi ci vogliono i soldi, quella è la prima cosa che manca. Però mi piacerebbe andare al porto e correre in contro a mia madre che scende sul pontile con i miei due fratellini in braccio e mio padre vicino. A mio padre se lo vedo mi attacco al collo e non lo lascio più, come i miei pantaloni tramandati.

Siamo venuti in America perché in Italia non c’è futuro. Lavoro niente, soldi niente, la casa pure quasi sta cadendo a pezzi. Adesso dormiamo al caldo e mangiamo di più, io e mia sorella abbiamo i vestiti e i miei zii con noi sono bravi, ci vogliono bene come ai loro figli.

Però papà mi manchi, e pure tu mamma mi manchi. Pure tu Carmelino e anche Antonino. A guadagnare qualche spicciolo così al mercato no ce la faccio a pagarvi il biglietto. Forse ha ragione zia Assunta, che per avere di più bisogna fare di più e che per guadagnare i soldi devi essere più bravo degli altri. Non lo so, io voglio suonare l’armonica e domani se mi gira ci chiedo a zia Assunta di iscrivermi a scuola; che questo inglese lo voglio imparare.

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Una ragazzina che cammina tra le rovine di una città