AUDIOLIBRO LA CONVERSIONE - UN MONDO SENZA MUSICA

Un uomo in prigione con la testa tra le mani

LA CONVERSIONE (di Luciano Gudia)

Ascolta il racconto letto da Massimo di Anne e Beatrice Scialoia.

Parte prima

Dovremmo essere a marzo o aprile 2173. Di preciso non so. Il giorno? Non ne parliamo nemmeno, non posso ricordare. Sono quasi sette anni che sono chiuso qui dentro, sto dimenticando tutto.

“Shh…” fai silenzio che sta passando.

Lo scanner, una luce blu che emette dei flash veloci e poi persiste per quasi dieci secondi: dieci lunghissimi secondi in cui loro (i semi-umani) ci analizzano nella testa e registrano tutto quello che stiamo pensando. Forse sto diventando matto e tu nemmeno esisti, magari sei solo nella mia immaginazione ma questo mi tiene a galla; in fondo per il cervello che differenza fa? Avevamo tutto. Soldi, benessere, divertimento, libertà. La libertà, ehh, forse quella era un’illusione. La nostra specie da almeno duecento anni si credeva libera, finché un giorno la terra cominciò a tremare più del solito, i vulcani a vomitare lava più incandescente, l’oceano a innalzarsi con prepotenza e l’unico destino a cui la nostra pseudo libertà ci stava portando era l’estinzione. La prima volta che una specie sulla terra sarebbe scomparsa per causa sua. Non andò certo così con i dinosauri, un asteroide gli piombò sulla testa e finirono assiderati senza nemmeno sapere perché. Poveracci i dinosauri, che razza di destino.

Comunque sai cosa me ne frega del genere umano? Lo vuoi davvero sapere? Un bel niente. Ti sta bene uomo!

Però piango. Tutti i giorni, a intervalli regolari, quasi come le convulsioni.

Piango pensando a Martina, mia figlia. Ora dovrebbe avere circa quattordici anni. Dico dovrebbe perché quando mi hanno prelevato dal giardino di casa mia per portarmi in questo posto, mia figlia ha fatto esattamente come le avevo insegnato: “Se papà ti dice di andare corri! Corri veloce alla fabbrica abbandonata e rimani nascosta finché non vengono a prenderti. Le riconoscerai subito, due persone buone amiche di papà, fidati di loro e fa come ti dicono.”

Da quel giorno non ho avuto sue notizie.

Andrea e Sonia l’hanno trovata ma lui l’hanno preso qualche mese dopo di me. Ho riconosciuto la sua voce straziante. Lo portavano legato quando sono passati davanti alla mia cella mentre andavano alla zona rossa, l’area della prigione dalla quale non si torna.

Ti dicevo, sto dimenticando tutto. L’isolamento ti cambia il cervello e alcune immagini si rafforzano mentre altre svaniscono giorno dopo giorno. Non ricordo più il volto di mia moglie Anna, lei è scomparsa molto prima della mia cattura, quando nostra figlia aveva due anni.

“Povera Anna, almeno ti sei risparmiata l’inizio della guerra, quando sono venuti e hanno razziato tutto, imprigionato, distrutto, convertito le nostre menti. Morire di cancro in confronto è stata una fine dignitosa. Le cose sono andate male, molto male da allora”.

Martina invece è sempre rimasta vivida nella mia mente, forse perché ogni volta che lo scanner passa davanti alla mia cella faccio in modo di non pensare a lei, così non la scoprono. Proprio così: capiscono a cosa pensi e fanno di tutto per cancellartelo dalla testa.

Come ricordo mia figlia? Nel nostro soggiorno caldo e accogliente, con il camino acceso nelle giornate di dicembre. Quando restavamo soli dopo che sua zia Franca se ne andava lasciandoci la cena calda sulla tavola. La sorella di Anna ci ha sempre aiutato, era una donna di cuore. Anche di lei non ricordo più il volto ma a volte sento la sua voce durante il sonno.

Nel soggiorno, seduti sul divano, Martina adorava ascoltarmi mentre suonavo l’armonica. Mi chiedeva sempre di suonarle le canzoncine dei cartoni animati che tanto la facevano divertire. Certe sere gliele ripetevo fino a che non si addormentava, e io rimanevo anche mezz’ora a guardala dormire, cercando nei suoi lineamenti quelli di mia moglie…

Parte seconda 

La città è deserta e le case abbandonate nel silenzio rotto solamente dal rumore di qualche animale, per lo più ibridi di ratti e altre specie che si nascondono durante il giorno, per uscire in cerca di qualcosa di cui nutrirsi quando il cielo si fa ancora più scuro. Se guardi in alto qui è sempre scuro, da quando i semi-umani hanno preso il controllo le città sono state coperte da enormi schermi di colore blu o viola a forma di cupola.

Il processo di conversione della specie umana comporta anche la privazione della visione dei colori e della maggior parte dei suoni. La musica non esiste più e se qualcuno viene pescato anche solo a tamburellare con le dita sono guai.

Sonia mi ha chiesto di andare nella zona di raduno e prendere qualcosa da mangiare. Da quando hanno catturato il suo compagno diversi anni fa lei esce pochissimo, le fa ancora molto male e spesso la sento piangere in silenzio nella sua stanza.

La zona di raduno è un luogo dove di nascosto i pochi umani rimasti in libertà si recano per scambiare viveri, vestiti e qualsiasi altra cosa di utilità per la nostra razza. Non è raro che in quell’angolo della città ci siano soprattutto bambini e ragazzini. Per i semi-umani noi non siamo una minaccia: siamo cresciuti per quasi tutto il tempo in conversione e non abbiamo più certe caratteristiche che gli adulti perdono a fatica. È molto più difficile convertire un grande che un bambino e ormai quelli che nascono oggi nemmeno sono più umani: sono semi-umani e si comportano esattamente come il sistema vuole.

Io sono molto fortunata, sono stata fermata diverse volte dalle guardie che nelle strade sono dappertutto, ma ogni volta mi fanno le stesse tre domande per capire come sto e se sono conforme, poi mi lasciano andare. Io ho imparato subito come comportarmi, dal giorno che Sonia e Andrea sono venuti a prendermi alla fabbrica abbandonata ho capito come avrei dovuto essere per sopravvivere a tutto questo. Sono diventata abile a nascondere la paura come tutte le altre emozioni, a fingere di non avere nessun istinto umano che possa ricondurmi al comportamento dei miei simili nel passato. I semi-umani non devono somigliare agli umani del ventesimo secolo, perché quelli hanno distrutto il pianeta. Questa è la regola, non ci sono altre strade.

Cammino verso la mia meta restando al centro della strada con il mio zainetto sulla schiena. Osservo le carcasse delle auto ai bordi dei marciapiedi. Le vetrine sono tutte distrutte e i negozi devastati dalla razzia avvenuta ormai diversi anni fa. Prendo la strada più lunga anche se è più faticosa ma ho un motivo valido: lungo questo tragitto, all’interno di un piccolo cortile si trova una casa più nascosta delle altre. Dentro c’è un camino che naturalmente non si può più accendere e di fronte a questo una poltrona mezza sgangherata. Io quando posso entro in quella casa e mi vado a sedere sulla poltrona. Tiro fuori dallo zaino l’armonica di mio padre e mi metto a suonare un poco. Cerco di ricordare come suonava lui, le canzoncine dei cartoni animati. Me lo immagino mentre mi guardava dormire, che io a volte ero sveglia e lui non si accorgeva. Me lo ricordo benissimo, forse grazie proprio a questa armonica che ho preso di corsa mentre correvo impaurita fuori di casa. Penso a lui e a mia madre, purtroppo non ricordo il suo viso perché è morta quando avevo solo due anni. Sonia ha aspettato che fossi in grado di capire per raccontarmi di lei: e’ morta di cancro, quando ancora quella era una fine dignitosa.

Una ragazzina che cammina tra le rovine di una città